Può internet istigare al suicidio?
E’ quanto affermano alcuni dirigenti e parlamentari sud koreani all’indomani del suicidio di Choin Jin-sil. La famosa attrice koreana si è impiccata il 2 ottobre nella sua casa di Seoul, e nonostante che la polizia abbia accertato il suicidio, l’indice è puntato contro l’uso diffamatorio del potere della Rete.
Dopo il suicidio di un dei suoi migliori amici, l’attore Ahn Jae-hwan nello scorso settembre, alcuni blogger avevano avviato una campagna virale di diffamazione contro l’attrice, accusata di avergli prestato due milioni di dollari e di averne poi sollecitato la restituzione con interessi usurai.
L’attrice aveva più volte dichiarato in pubblico di essere stata molto colpita dalle accuse mossegli e profondamente irritata dalle ingiurie basate su presunti dettagli della sua vita privata.
Il Presidente del governo Koreano Lee Myung-bak , come afferma il New York Times, sembra voler approfittare della vicenda per annunciare misure di controllo nei confronti di quanti usano internet con scopi diffamatori, mentre l’opposizione lo accusa di politiche intimidatorie e di voler usare lo stato di emergenza contro i blogger e la libera espressione del pensiero.
Quale che sia la verità , la storia dimostra diverse cose. Che il web è ormai un mass media a pieno titolo soprattutto in oriente a causa della sua rapida espansione tra la popolazione giovane; che la passione del sud koreani per l’accusa e le offese via web fanno il paio con i sensi di colpa dei destinatari, non ancora in grado di affrontare lo spalancarsi dei propri armadi privati.
E che la parola ferisce più della spada, come sempre.
Antonio Massara
